PENSARE \ FARE \ PARTECIPARE TRA WELFARE, WORKFARE E FLEXSECURITY

di Francesco Maria Gallo*

Il mondo del lavoro sta attraversando una fase di intenso cambiamento. Come sempre accade durante una crisi globale, il nostro universo riscopre i suoi limiti e comincia a riflettere sulle eventuali correzioni. Sono anni difficili, ma conosciamo bene il nostro compito: le imprese devono guidare il cambiamento. Con i lavoratori in difficoltà, con gli effetti della crisi che ricadono in busta paga, le aziende devono puntare a una seria riorganizzazione del sistema. Per farlo davvero, dobbiamo affermare apertamente la nostra visione; per questo dedichiamo la rivista a uno dei nodi centrali del dibattito attuale, il welfare. Il meccanismo di protezione dei lavoratori è tra i primi punti da rivedere. Deve evolversi in senso più moderno, diventare funzionale alle esigenze delle imprese e degli occupati. Per favorire la ripresa, non sono più possibili misure di sostegno che rischiano di diventare disincentivi, ogni lavoratore deve restare attivo. Di fronte al calo produttivo generalizzato le attuali politiche di welfare vanno riviste alle fondamenta, nel senso della flexsecurity. Come ci hanno insegnato i Paesi Scandinavi, perdere il lavoro non è un dramma, se lo si ritrova in poco tempo e se nel mentre si è sostenuti economicamente e professionalmente. Come notano gli economisti del sito La Voce.Info, bisogna garantire un universalismo delle protezioni sociali ed uscire dalla “negoziazione continua” delle misure di sostegno al reddito. Ciò finisce per penalizzare i lavoratori flessibili – quelli a maggior rischio di disoccupazione – a beneficio dei dipendenti a tempo indeterminato. Proprio in questi mesi, mentre la disoccupazione e la cassa integrazione aumentano, servirebbe la rivoluzione copernicana di un trattamento di supporto al reddito non più fine a sé stesso, ma pensato per favorire il reimpiego. Un passaggio che deve avvenire inizialmente attraverso la coniugazione dei due sistemi: welfare passivo e forme di sostegno basate sul “workfare” che in passato ha portato risultati assolutamente positivi, come dimostra l’esperienza di altre nazioni. Per traghettare l’Italia da un mondo all’altro occorre una svolta culturale, ma sono fondamentali anche alcune azioni concrete: creare una rete davvero qualificata (e mista pubblico-privato) di servizi sociali e per l’impiego, da intendersi anche come organismi di indirizzo e avvio alle professioni; erogare sussidi di disoccupazione anche per i giovani, legandoli però alla ricerca attiva di lavoro; aiutare le madri con efficienti servizi per l’infanzia, in modo che possano rientrare rapidamente nel mercato del lavoro. Sono solo alcuni esempi dei provvedimenti che si possono adottare, qualora si lasci la logica dell’assistenza e si scelga quella della sicurezza attiva. In definitiva, non siamo un Paese di inattivi e non possiamo neanche permettercelo!

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