Fumare come un Turco

Se il fumo è la “consolazione dei poveri” – e la Nota di oggi tende a confermare che sia proprio così – che fine farà la gloriosa battaglia contro l’uso delle sigarette in Europa se si mantengono alti i tassi di disoccupazione e bassi i ritmi di recupero economico? A giudicare dall’esperienza turca – cioè, di un paese notoriamente esperto di fumo – forse non è il caso di buttare ancora tutti i nostri vecchi posaceneri…

Il tabagismo dei turchi è proverbiale, una fama che probabilmente nasce tra la metà del 19° e i primi anni del 20° secolo, quando il tabacco proveniente dal Paese era considerato il migliore del mondo. Il logotipo qui a sinistra delle sigarette “Moslem”—una marca della tedesca

Mahala-Problem Berliner Zigarettenfabriken del 1908—dà un’idea del posizionamento…
Da tempo però i paesi per bene scoraggiano il vizio, e non poteva essere da meno la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, l’attuale Presidente. Fin dal 2008—quando Erdoğan era ancora Primo Ministro—è stato introdotto un rigido divieto al fumo nei locali pubblici simile a quelli in uso nell’Europa Occidentale.

I risultati iniziali del divieto—che si applica anche ai luoghi pubblici all’aperto come gli stadi, i parchi e i giardini delle moschee—sono stati positivi. Tra il 2008 e il 2011 il consumo turco è sceso da circa 115 miliardi di sigarette all’anno a meno di cento miliardi. Da allora però, è tutto finito—come si dice in Occidente—“a puttane”.

Il consumo di tabacco dalla popolazione turca è arrivato l’anno scorso a 125 miliardi di sigarette. Il tasso di fumatori tra gli uomini adulti è salito dal 39% al 42% e tra le donne dal 12 al 13%. L’aumento più spettacolare è stato tra i giovanissimi: nella classe d’età che va dai 13 ai 15 anni compresi, l’uso delle sigarette è cresciuto del 51% rispetto alla serie storica 2003-2012. Si sta preparando un’intera nuova generazione di consumatori che fumano, sì, come turchi.

Secondo il Dott. Oguz Kilinc, un professore di medicina e componente del consiglio direttivo della Turkish Thorax Association, il rovesciamento della tendenza è dovuto a tre fattori: primo, la miseria economica generalizzata di larga parte della popolazione, seguita dalla mancanza di azioni per ridurre la presenza del tabacco sul mercato e poi dall’inefficacia degli sforzi per ridurre la domanda.

“La Turchia è il settimo paese al mondo per il consumo di tabacco”, ha detto Kilinc al giornale Al- Monitor, “Le sperequazioni del reddito, la mancanza di giustizia sociale e i problemi domestici sono i principali elementi. È lo stesso in tutto il mondo. Il consumo (del tabacco) è più alto tra i disoccupati e i disagiati. È la povertà a spingere l’aumento”.

I dati internazionali confermano l’osservazione dell’esperto turco. Perfino negli Stati Uniti—il paese anti-fumo per eccellenza—tra il 1965 e il 1999 le famiglie ad alto reddito hanno diminuito l’uso del tabacco del 62% rispetto a un calo del solo 9% in quelle più povere. Inoltre, secondo il Prof. Keith Humphries, il Director of Mental Health Policy alla Stanford University: “Anche se è migliorato l’accesso dei poveri alle terapie per smettere di fumare… sono ancora molto indietro rispetto alla middle class”.

I pronunciamenti degli accademici sono un conto. Forse l’ha detto meglio il cantautore nazionale turco Neset Ertas, che ha sfidato Erdoğan sul lancio della campagna anti-fumo poco dopo la sua introduzione nel 2008: “I nostri poveri e diseredati sono già a terra, non riescono a pagare la bolletta né della luce né dell’acqua. Non hanno nemmeno pane e olive da mangiare. La sigaretta è l’unica cosa che gli resta. Lasciamogliela stare”.

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