Pigrizia

L’Italia è arrivata tardi ai cereali. Se il più classico “breakfast” inglese è quello con uova e pancetta, gli americani da molti decenni si svegliano con una scodella di Corn Flakes, di Cheerios, di Rice Krispies, et al. Sono prodotti che si sono comunque abbastanza radicati anche nel Belpaese ormai.
Non però come negli Stati Uniti, dove se ne comprano per dieci miliardi di dollari l’anno. O meglio, dove se ne compravano. Dopo un secolo di straordinaria forza commerciale, i cereali sono ora in netto

declino. I dieci miliardi di vendite annuali di oggi toccavano i $13,9 miliardi nel 2000—un calo del 28% in quindici anni. Ovviamente, i grandi produttori—a partire da Kellogg’s, Quaker Oats e General Mills—sono in allarme e provano energicamente a scoprire il perché del fenomeno. Sì è immaginato potesse dipendere dal gusto per il “naturale”, dal panico per il glutine, dalla crescente abitudine di fare la prima colazione fuori casa, dalla guerra contro lo zucchero: mille cose.

Sono tutti elementi del problema, ma una buona parte della spiegazione è più semplice. Si tratta della pigrizia. Secondo una ricerca demografica della Mintel condotta l’anno scorso tra i “Millennials”—la generazione, commercialmente vitale, dei giovani consumatori nati tra il 1982 e il 2004—risulta che per quasi il 40% dei rispondenti l’ostacolo principale sia la faticosa necessità di sciacquare la ciotola dopo il consumo. Ricordiamo per chi non si è sufficientemente americanizzato che la procedura per mangiare questi prodotti è di versarli in una scodella, aggiungere del latte e—senza fare altro—mandarli giù.

È tradizione che ogni generazione parli male della moralità e della scarsa voglia di lavorare di quelle che vengono dopo. Nel presente caso però i Millennials non si sono difesi con grande abilità. Uno, replicando all’onta sui giornali, ha dato la colpa alla lavastoviglie, facendo notare che non sempre l’apparecchio pulisce a dovere e, con il calore del ciclo che asciuga i piatti, i residui rimasti attaccati alle scodelle si seccano e possono essere difficili da grattare via.

Se fosse unicamente un fatto di cereali, si tratterebbe solo di una curiosa nota di costume—ma la spinta alla comodità totale, alla convenience a fatica zero, è la grande tendenza che sta trasformando tutto il consumo americano. Le vendite delle “capsule” pronte per preparare il caffè—un dono dell’Italia al mondo—sono aumentate negli Usa del 138.324% (sì, quasi il 140mila percento) tra il 2000 e il 2014 e continuano a crescere del 30% l’anno. Parlando del caffè, l’analista Howard Telford di Euromonitor ha osservato che: “La facilità d’uso è la singola cosa che cambia le tendenze ormai”.

In coerenza con il trend, muore progressivamente anche l’abitudine di cucinare in casa. Secondo dati OCSE, gli americani passano meno tempo a cucinare che in qualsiasi altro paese sviluppato. In compenso, passano anche meno tempo a mangiare. Aldilà di ciò, all’incirca il 15% di tutti i pasti cucinati nei ristoranti viene consegnato in altra sede per il consumo secondo dati Tecnomic citati dal Washington Post. Tra i Millennials il valore sale al 20%, un pasto su cinque.

C’è spesso la percezione che guardando agli Stati Uniti guardiamo al futuro. Basta stare comodamente seduti e ci raggiungerà.

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